19.4.09
Detenuti di Rebibbia, cuochi nelle tendopoli
da www.corriere.it (http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_aprile_18/detenuti_rebibbia_cuochi_terremoto-1501198648267.shtml)
SOLIDARIETA' DOPO IL SISMA
Detenuti di Rebibbia cuochi nelle tendopoli dei terremotati d'Abruzzo
Lavorano nelle cucine del carcere, fuori in permesso premio andranno all'Aquila per una settimana
Quattro detenuti del carcere Nuovo Complesso di Rebibbia, esperti nella ristorazione collettiva, hanno chiesto e ottenuto di poter usufruire del loro permesso premio per poter cucinare in una delle tendopoli dell'Aquila . L'iniziativa è stata resa possibile grazie alla magistratura di sorveglianza, l'associazione Volontari In Carcere (Vic) e la Croce Rossa Italiana che hanno potuto realizzare questo progetto di solidarietà.
CUOCHI - Per una settimana i quattro detenuti (3 reclusi e uno in affidamento) che sono impiegati abitualmente nelle cucine del Nuovo Complesso del carcere della capitale, i quali hanno rinunciato ai permessi premio ottenuti per stare con le proprie famiglie, saranno affidati alla Croce Rossa del campo base dell'Aquila e faranno da mangiare per le persone assistite nelle tendopoli allestite dopo il terremoto.
18 aprile 2009
Torno a Rebibbia dopo la Pasqua e scopro tutto questo. Personalmente non c'entro nulla ma mi sento ugualmente coinvolto: P., G.P. e C. sono giovani "ospiti" del reparto dove svolgo il mio ministero e il saperli là a lavorare per gli altri apre come una finestra di ottimismo e di gratitudine.
Non posso fare a meno di sottolineare che, a fronte di questa disponibilità, hanno scelto di rinunciare al permesso-premio che spettava loro per incontrarsi con i propri famigliari (cosa che mi fa apparire doppiamente preziosa la loro scelta..).
Posso anche aggiungere che i loro "compagni" sono orgogliosi di saperli là e che altri, rispondendo all'appello del Cappellano capo, si sono fatti avanti per consentire a questo progetto di prolungarsi ulteriormente... Piccoli segni di risurrezione? Accenni di una conversione in atto? Oppure tentativo furbo di ingraziarsi Magistrati e opinione pubblica (ma non ho trovato nessuna eco di questa iniziativa sulla stampa, a parte l'accenno online...)?
Ho imparato a non fidarmi dei luoghi comuni, preferisco guardare negli occhi una persona e sospendere ogni (pre)giudizio nei suoi confronti almeno fino a quando non posso dire di conoscerla bene. Istintivamente dò credito - forse ingenuamente - a questi piccoli segnali di umanità: non è facile trovarli, oggigiorno, tantomeno in un ambiente come quello del carcere.
Grazie comunque a questi ragazzi! E grazie ai volontari del Vic che li accompagnano con attenzione e fermezza nel cammino di ricupero.
Tanto per chiudere in bellezza: i carcerati che non possono aderire a questa iniziativa perchè non rientrano nei termini di legge, sono stati comunque invitati ad "adottare" una famiglia terremotata per un anno. La risposta è stata immediata e molto concreta, manco a dirlo...
un DonAle ottimista...
21.3.09
Per gli amici del G8 di Rebibbia (IV di Quaresima 2009)

NELLA NOTTE
la notte del carcere/nel carcere: la notte della privazione della libertà, la notte della lontananza dai propri cari... ma soprattutto
la notte della coscienza/nella coscienza: le paure che hanno condizionato la vita passata e quelle che toccano e intaccano la serenità di oggi; la notte degli idoli, delle cose che portano al male e alla delinquenza, la notte della vergogna del male commesso (“le loro opere erano malvagie”), la notte dei rimpianti per le occasioni perdute.
L'eclissi di Dio non rimane senza conseguenze: diventa eclissi della ragione, dell'umanità; si trasforma in eclissi della convivenza civile e eclissi del reciproco rispetto ed accoglienza.
In questa notte si scopre che il giudizio - paradossalmente - non viene da Dio (per così dire, dall'esterno) ma dall'interno dell'uomo: è come la conseguenza delle opere che si fanno.
Si preferisce non fare una scelta definitiva, una opzione fondamentale dalla quale dipendano tutte le altre scelte quotidiane. Ci si tengono aperte tutte le possibilità, si preferisce moltiplicare le esperienze, provarle tutte (almeno fino a quando soddisfano e appagano) e mollarle/lasciarle senza troppi rimpianti (quando sono ormai sfruttate). Qualche riferimento? Moglie e figli cui si aggiungono senza troppi problemi altre conviventi/amanti/compagne e altri figli; amici che diventano complici; furbizie e sotterfugi di ogni tipo, per sfuggire alle conseguenze degli atti che si compiono e per dimostrare (ma a chi?) quanto si vale...
Ci si illude che la vita sia un susseguirsi di esperienze, di fatti scollegati fra loro; ci si illude di poter passare da una situazione all'altra come se fra di esse non ci fosse nessun legame, come se si potesse disporre tutto (e tutti) secondo le esigenze personali.. in realtà si sta facendo (o si è fatta, magari anche inconsapevolmente) una scelta, fondamentale perché condiziona l'intero futuro; ci si è incamminati (forse anche da soli) sulla strada che porta fino a qui, nella notte della delinquenza e del carcere.
Ma il Vangelo non finisce nella notte: Nicodemo, di notte incontra il Signore e trova risposte alle domande che si portava nel cuore da tempo e alle quali non riusciva a dare soddisfazione.
Di notte forse perché si sentiva personalmente nel buio, nella disperazione, senza scappatoie né rimedi facili, quei rimedi troppo facili, troppo comodi cui ci si è abituati...
Di notte forse perché aveva timore del giudizio degli altri, che non lo tenessero più in considerazione come “uno di quelli che contano”, come se aprirsi alla luce della fede fosse una cosa di cui vergognarsi... ci si vergogna della fede e non ci si vergogna della delinquenza, del male, dell'egoismo?
Il Vangelo non finisce nella notte della morte ma nella luce del mattino di quel “giorno dopo il sabato”, quando la tomba è aperta e vuota, spalancata sulle risurrezione, sulla vita nuova e rinnovata; la “luce della verità, perché appaia chiaramente che le opere [e la vita] sono state fatte [e vissute] in Dio”.
“Premurosamente e incessantemente” - dice la prima lettura – il Signore manda i suoi messaggeri ad ammonire: due avverbi che la dicono lunga.
Premurosamente, perché Dio ha compassione e si prende a cuore la nostra umanità debole e fragile; perché Dio – addirittura – previene il male che siamo portati a compiere e in qualche modo lo precede, anticipa le sue mosse: “Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna”.
Incessantemente perché questa storia di salvezza non si è mai interrotta, non è ancora conclusa; perché la conversione e la riconciliazione sono ancora e sempre possibili; perché “il sacramento della rinascita ci libera dalla schiavitù del peccato e ci eleva alla dignità di figli”.
17.3.09
Life as a house...
Tanti punti, apparentemente uguali fra loro,
collegati con pazienza
da un unico filo
disegnano una casa tra le case:
tante finestre uguali,
una sola con la luce accesa.
Così un fidanzamento: piccoli passi, occasioni, sguardi e riflessioni, tenerezze e rimproveri, lacrime di gioia o di delusione, tanti punti apparentemente uguali fra loro che costruiscono giorno dopo giorno una storia bella e affascinante: una storia bella perché affrontata e vissuta non con la fretta di consumare, di godere subito, ma con la pazienza di gustare ogni momento e di vivere in pienezza ogni passaggio, con pazienza collegando l'uno all'altro i momenti importanti e le vicende quotidiane; una storia affascinante tanto che due persone vi scorgono un'unica traccia, un unico filo che tiene tutto insieme, che li tiene insieme, sempre più stretti nell'amore l'uno per l'altra, sempre più consapevoli di essere in gioco totalmente e reciprocamente.
Grazie a questo filo unico, sottile e fragile, si disegna una casa tra le case, una casa nuova, da costruire-arredare-abitare; ma simile alle altre già costruite, con gli stessi muri maestri che le distinguono una dall'altra e, però, contemporaneamente, le sostengono tutte; con tante finestre uguali dalle quali si guarda al mondo da una posizione privilegiata e preziosa. C'è una finestra illuminata, che si distingue fra tutte le altre: da lì, da oggi, Anna e Massimo potranno assieme guardare la loro storia insieme. Dalla loro casa, che è l'immagine della loro vita (consiglio il film Life As A House di Irwin Winkler, titolo italiano L'Ultimo Sogno), dei loro sogni e progetti, del loro futuro. Costruendo la loro casa si mettono in gioco, sono disponibili a rimboccarsi le maniche, accettano e si fanno carico dei rischi, vi si investono in prima persona.
Soprattutto scelgono di non essere da soli, sanno di non essere da soli. Sono qui, oggi, davanti all'altare del Signore perché riconoscono che l'Amore li ha fatti incontrare, l'Amore è stato il collante che li ha uniti sempre più strettamente, l'Amore li ha aiutati a cambiare affinché l'altro-da-sé potesse sentirsi accolto e compreso.. ora chiedono che l'Amore, quello stesso unico filo, non si chiuda con un nodo o un cappio ma prosegua il suo lavoro di tessitura, rendendo sacro e santo il loro consenso.
In questo la Chiesa vede un Sacramento, cioè un segno visibile della Grazia efficace: nel fatto che «l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» perché riconoscono che tutto ciò che sono e che possiedono come singoli e come coppia, è inserito nel piano della volontà di Dio. Fin dall'inizio è così: «Non è bene che l'uomo sia solo», disse il Signore Dio, ma un aiuto che gli sia simile, l'uomo non lo trova in nessun luogo/essere della creazione se non quando Dio lo plasma con la costola: «Questa volta...!». L'esclamazione di Adamo è una delle più belle descrizioni dell'innamoramento: innamorarsi di qualcuno è fare l'esperienza di incontrare finalmente una parte di sé, la parte mancante: Adamo non riesce a colmare il suo cuore, anche se ha a disposizione l'intero creato; dà il nome a ogni vegetale e a ogni animale, cioè li possiede, li conosce, ma il suo cuore resta vuoto. Dio si pone il problema della solitudine di Adamo (forte questo Dio che si preoccupa del buonumore dell'uomo!) e plasma la donna: la plasma nel sonno di Adamo, così che ella resterà per sempre - per lui - un mistero; la plasma dalla costola, il posto più vicino possibile al cuore di Adamo e la conduce (Lui stesso!) all'uomo. La lettura della Genesi, dunque, ci rimette tutti al nostro posto e ci ricorda che, per essere sicuri del buon risultato, occorre impostare bene il lavoro fin dall'inizio, fin dalle fondamenta.
Le parole di Paolo, nella seconda lettura, non fanno altro che confermare: «In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste... Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo... Fate ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto».
La straordinaria pagina delle Beatitudini è come un sigillo che completa e arricchisce: siamo tutti d'accordo sulle fondamenta solide ed eterne, quelle che stanno sottoterra e, in silenzio e nascoste, svolgono il loro compito, assolutamente necessario. Ma vuoi mettere avere una casa che, oltre che solida, è tutta d'oro? Mi spiego: oltre al fondamento è altrettanto importante decidere che cosa costruirci sopra. Anna e Massimo, scegliendo il Vangelo delle Beatitudini, ci stanno dicendo esattamente cosa vogliono costruire sopra il fondamento che è la loro fede: mirano in alto, hanno delle ambizioni, sono disposti a mettere con pazienza un mattone sopra l'altro perché vogliono che la loro casa e la loro vita parlino non di solitudine ma di condivisione, di accoglienza, di protezione. È una scelta coraggiosa, ha un costo importante: una capanna di paglia e fango viene su in mezza giornata, a costi economici e fisici molto ridotti; una casa d'oro, invece, richiede tempi lunghi, dedizione, assiduità, fatica. Richiede di non accontentarsi della mediocrità. Esige di affidarsi a maestri validi, perché non è sempre saggio o conveniente far da sé. E comporta l'aiuto reciproco, ecco perché «non è bene che l'uomo sia solo».
Le Beatitudini ci parlano dell'amore libero, alto, silenzioso, devoto, costante, donato, disposto a tutto, umile, paziente. Dell'amore sacro. Non il sacrificio del «tu devi», che opprime e schiaccia, ma il sacrum facere, il «fare sacro» che Gesù ci propone; quando, cioè, amare diventa una cosa sacra perché è spogliato da ogni ricerca di gratificazione, non si aspetta nulla in cambio, vive di gratuità. Questo amore, quando viene vissuto pur tra le tante contraddizioni che costellano la vita di tutti noi, è «la luce del mondo... che splende davanti agli uomini... perché gli uomini rendano gloria al Padre».
Fra pochi minuti Anna e Massimo si diranno reciprocamente: «Io accolgo te». Il loro amore che si fa sacro diventa per tutti noi un segno: una coppia che si ama è il segno di Cristo che ama l'umanità. Una coppia che sceglie di amarsi secondo il Vangelo, sceglie di donarsi totalmente come Cristo si è donato totalmente. E noi, la comunità, vedendo, impariamo a nostra volta ad amare. Nonostante le contraddizioni, i problemi, le fragilità: perché c'è Dio in mezzo e l'amore diventa luminoso.
Chi sceglie di sposarsi nel Signore riceve un Sacramento. E diventa un Sacramento.
16.3.09
Nonna Maria...

2Cor 4,14 – 5,1
Sl 23: “Accoglimi, o Dio, nella tua dimora”
Mt 25,1-13
E così la nonna Maria è partita. Da qualche parte lei starà aggiungendo: «Era ora!», ma per noi la cosa non è così pacifica. Comunque è partita come voleva lei, in silenzio e quasi senza dirlo a nessuno (in verità tutte le volte che qualcuno partiva, lo diceva che sarebbe stato l'ultimo saluto...).
Per il nostro ultimo saluto ho scelto queste due pagine del Nuovo Testamento: parlano della fede cristiana, lasciano un messaggio di speranza, raccontano qualcosa anche della nonna...
Paolo ha appena attraversato una dura prova, che l'ha toccato personalmente e ha coinvolto la comunità di Corinto, alla quale è molto legato; apre la sua pagina affermando il fondamento della sua fede e della sua speranza, la risurrezione di Gesù Cristo: «Siamo convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi». Poi sottolinea che per lui e per gli amici di Corinto la prova, affrontata e attraversata nella fede, non è stata sterile, per nessuno: grazie a Dio si è trasformata in crescita «Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta ad opera di molti, faccia abbondare l'inno di ringraziamento, per la gloria di Dio». Forte di questa esperienza spirituale, Paolo arriva all'invito centrale: vivere nella dinamica del provvisorio, in tensione tra ciò che è già presente e ciò che non è ancora; invita a non fermarsi alle apparenze, per attaccarsi a ciò che non si vede; a non fissarsi sull'immediato (che passa) per attaccarsi a ciò che rimane: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, che sono di un momento, ma su quelle invisibili, che sono eterne». Così si passa dalla «abitazione terrena, che è [provvisoria e precaria] come una tenda», alla dimora eterna che Dio prepara nei cieli.
Questo sguardo capace di discernere e distinguere ciò che passa da ciò che rimane è lo sguardo della fede. Ci sono cose che passano e cose che rimangono; cose che si vedono e cose che non si vedono, c'è il momento presente e lo straordinario peso della gloria, il provvisorio e l'eterno. C'è l'uomo esteriore e l'uomo interiore. E le prove e le sofferenze (per quanto impegnative e dure da affrontare), vissute con fede, speranza e amore contribuiscono nonostante tutto a fare di noi ciò che siamo, ci aiutano a rivedere la nostra gerarchia di valori, ci aprono alla sensibilità verso la pena e la sofferenza del nostro prossimo.
Penso alla nonna: è stata figlia, moglie, vedova per molti anni, madre per la sua famiglia, madre la seconda volta per i nipoti, madre la terza volta quando è tornata dai suoi genitori, ridiventati come bambini per l'età, e se ne è fatta carico, di nuovo e sempre con consapevole generosità. Penso a questa eredità: come ci ricorda San Paolo, tutti i gesti di amore, di dedizione, di dimenticanza di sé per aprirsi agli altri, tutti i legami intrecciati lungo una vita, tutte le ricerche del volto del Signore, tutto questo non passa, fa parte di ciò che rimane, di ciò che Dio accoglie per portarlo a pienezza nella vita eterna.
«Dicci quando succederà...!»: così gli Apostoli si erano rivolti a Gesù; e il Maestro risponde con quattro parabole sulle vigilanza. Ne abbiamo ascoltata una, la terza, della quale voglio sottolineare la seconda parte: non basta essere invitati, bisogna essere preparati. Per essere “riconosciuti” dal Signore il giorno del suo ritorno dobbiamo giocarci tutto oggi, nelle nostre scelte quotidiane.
Non è una minaccia, non è un giudizio severo di cui avere paura. Non dobbiamo prepararci per lo scrutinio finale ma per l'incontro con il Signore, nella gioia. Allora è bene prepararci a questo grande momento con tutta la nostra vita: è nello scorrere della vita che bisogna prevedere l'imprevedibile, non attraverso cose straordinarie ma con il quotidiano più ordinario vissuto in spirito di servizio a Dio e ai fratelli, uno spirito che ci sposta da noi stessi per aprirci all'Altro e agli altri. Così, quando sarà il momento dell'incontro, sia che dormiamo sia che siamo svegli, sia improvviso o no, dato che «non sappiamo né il giorno né l'ora», saremo pronti e potremo entrare nella gloria di Dio. Prevedendo questo momento, non sarà tanto questione di prepararsi a morire ma piuttosto di imparare a vivere, e a vivere ogni giorno come figli del Padre, sull'esempio di Gesù. Allora sì che saremo “riconosciuti” dal Padre, perché porteremo in noi l'immagine del suo Figlio.
La nonna non era di sicuro impreparata: da diverso tempo, certo, chiedeva preghiere “per i cari defunti e per la mia buona morte”, ma la sua preparazione è iniziata molto prima, con una fede semplice e schietta portata avanti con serenità, una fede alla quale ricorreva spesso, sempre. Ho un ricordo che mi sembra lontanissimo (risale ad almeno trentacinque anni fa) eppure è molto chiaro: mi ricordo di una camera da letto, di sera, a Serina; di me, già sotto le coperte, e della voce della nonna che, nel buio, recita la preghiera del “Ti adoro della sera”. La recita per sé ma anche per me, così la imparo poco alla volta.
Così ogni giorno, fino all'altro ieri: si era evoluta, adesso aveva la radio accesa per guidare la preghiera, ma non con meno fede.
III di Quaresima 2009
Passando per i corridoi delle sezioni, la domenica mattina, mi imbatto sempre in qualcuno che sta facendo pulizie nella propria stanza: blindato, cancello e finestra spalancati, ciò che si può spostare è ammucchiato fuori, acqua, detergente e attrezzi alla mano…
Se una stanza è disabitata da tempo o se è appena stata oggetto di lavori, bisogna mettere in conto di lavorare non poco per renderla abitabile. Ancora di più se la stanza è abitata: serve la collaborazione di chi vi abita, la determinazione di fare un buon lavoro e la disponibilità a starne fuori finché ogni cosa non è al suo posto. Ma se la stanza è stata lasciata andare nell’incuria, se lo sporco si è accumulato negli angoli lontani e se si sono nascoste le incrostazioni sotto una finta tappezzeria per dare una parvenza minima di igiene.. beh, allora il lavoro è decisamente arduo. Ma non bisogna indugiare: occorre fare piazza pulita.
Ecco: un primo spunto di riflessione che trovo nel Vangelo di oggi è questo desiderio di Gesù di far pulizia, di allontanare dal Tempio i mercanti e i cambiavalute, con un gesto forte e determinato. Eppure i venditori e i mercanti non erano abusivi: anzi, secondo la Legge di Mosè, era necessario che ci fossero, per permettere a chiunque di obbedire alle prescrizioni del culto. Gesù, in effetti, non vuole punire nessuno ma solo rivelare a tutti: d’ora in poi se qualcuno vuole incontrare Dio, rendergli culto in pienezza, parlargli e da lui ricevere una risposta e una Parola di salvezza e di misericordia, lo deve fare – come diciamo ogni volta nella Messa – “per Cristo, con Cristo e in Cristo”. Abbandonare una fede fatta solo di esteriorità e puntare diritto al cuore della Rivelazione; lasciar perdere tante (troppe?) parole e ascoltare la Parola: «i Giudei chiedono segni, i Greci cercano la sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani». Il segno è già sotto i nostri occhi: forse non ci è del tutto gradito perché pone una esigenza di conversione e di rinnovamento, ma c’è. La «potenza e sapienza di Dio» abitano già tra noi, basta volerle accogliere. Facendo pulizia dentro la casa che è la vita: cosa è che mi profana, mi sporca? Quali sono i mercanti che devo cacciare dalla mia vita così da poter accogliere autenticamente il Signore, forza e sapienza? Sono davvero disposto a togliere gli ingombri inutili e lasciare che il Signore – con la mia collaborazione – compia la pulizia della mia vita, forse dolorosa, ma necessaria e profonda?
TEMPIO E CORPO
«Egli parlava del tempio del suo corpo». Tra i «quarantasei anni» e i «tre giorni», lo sappiamo già, Gesù sceglie i tre giorni. E i suoi tre giorni valgono tutta una vita: «Quando poi fu risuscitato dai morti [il terzo giorno], i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù». Tre giorni affinché il tempio/corpo di Gesù divenisse per ogni uomo il luogo dell’incontro con il Dio vivo, il luogo della salvezza e della riconciliazione tra Dio e l’uomo e degli uomini tra loro. Non si può dimenticare che Gesù chiama corpo/tempio lo stesso nostro corpo, da lui veramente e completamente assunto perché fosse quel «segno» tanto cercato dagli uomini: un corpo donato affinché si superi una volta per tutte la logica del «mercato», una «debolezza» che si rivela «più forte degli uomini». Questo ci richiama a responsabilità: come usiamo il nostro corpo? le mani, gli occhi, la bocca…? Il cuore e l’intelligenza? Che «segno» è il nostro corpo, di che cosa parla? Di dono, accoglienza, misericordia? Di sopraffazione, violenza, egoismo? Il prendercene cura è segno di rispetto o di vanità? Abbiamo a cuore non solo la sanità ma anche la santità del nostro corpo? Oppure esso è solo un qualcosa di cui e con cui godere fin che è possibile?. Domande non da poco… Gesù, che «conosce[va] quello che c’è nell’uomo» ci aiuti a trovare risposte degne della nostra umanità: essa è sì segnata dalle ferite del peccato e della colpa ma non è meno sacra e preziosa, agli occhi di Dio.
27.3.08
24.3.08
R'n'R - Rock in Rebibbia
Da Johnny Cash della Folsom Prison a John Lennon di Attic State, da Elvis Presley di Jailhouse Rock a Bob Dylan di Hurricane fino all'indimenticabile jam session messa in piedi dietro le sbarre dai Blues Brothers: sono solo alcuni dei più famosi esempi di rock carcerario, ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri fino ad arrivare a tempi recentissimi, passando anche attraverso le attività socio-culturali e musicali di artisti, anche italiani, che hanno scelto di svolgerle all'interno delle prigioni in modo più discreto, senza dargli eco pubblicitario o commerciale.
E' proprio partendo da queste premesse e pensando alla grande forza coesiva e, al contempo, liberatoria della musica, che MTV Italia ha pensato di coinvolgere i detenuti del grande carcere romano di Rebibbia in una inedita avventura musical-televisiva: una serie di incontri-workshop musicali di un gruppo di detenuti con maestri di musica e artisti italiani per la messa a punto di una "scaletta" di cover da realizzare dal vivo in un grande concerto finale nel cortile del carcere, alla presenza degli interni ma anche di pubblico esterno.
Rock In Rebibbia, questo il titolo dello show in onda su MTV Italia tutti i giovedì alle 21.00 a partire dal 27 marzo, è dunque il racconto della nascita e dell'evoluzione del neogruppo rock di Rebibbia per i tre mesi durante i quali ogni giorno, tra entusiasmo, paura ed emozione, i giovani musicisti detenuti seguono le "lezioni" quotidiane di due maestri di musica, scelgono e provano pezzi - uno nuovo ogni settimana - e si "allenano" localmente, musicalmente e psicologicamente anche agli incontri con i 9 artisti italiani (Alex Britti, Negramaro, Fabri Fibra, Max Gazzè, Meg, Roy Paci...) che vanno settimanalmente ad incontrarli. [dal sito di MTV italia]
E, aggiungo io, sono i miei ragazzi ad andare in televisione..
30.1.08
Anima Grande
Padre Ottavio ne ha spesso citato con ammirazione la "satyagraha", la "fermezza nella verità": una fermezza che non può e non deve mai essere confusa con la violenza in nome della verità. La satya/verità è incompatibile con ogni forma di violenza e può essere imposta solo - diceva Gandhi - "a mani nude", ossia con la ferma e rigorosa fiducia nella forza intrinseca della verità e non dei mezzi con cui può essere imposta agli altri.
La sfida dell'anima è l'eredità del Mahatma Gandhi per il nostro mondo che ancora cerca un linguaggio e mezzi adeguati per dire e per costruire il proprio futuro. Un po' più di digiuno dalle proprie strategie e risorse e un po' più di silenzio potrebbero molto aiutarci: "sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo".
25.1.08
«Antiqui paulatim…
[…]
Compito ancor più difficile e ingrato in una società, quale la nostra, senza radici perché senza pensiero, immersa nel sonno del consumismo e della mercificazione della cultura, e perciò aperta a violenze e ingiustizie senza precedenti, appena percepite solo perché in fondo non ci toccano, alla possibile implosione della democrazia e dello Stato di diritto. Come promuovere la fede, e servire la giustizia, anche studiano diritto romano? Personalmente, vorrei che per noi, in Gregoriana, anche lo studio della nostra storia, e del diritto romano (questo lusso che ci permettiamo) avesse questa motivazione. E così anch’io “penso che il male [cioè i tanti mali e ingiustizie che vediamo nela vita quotidiana, tra individui e Nazioni, quelle “strutture di peccato” che i Pontefici denunciano profeticamente, cioè invano] non sia un male radicale che va alle radici; penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare, per definizione, vuole andare alle radici. Il male è un fenomeno di superficie. Non è radicale, è invece semplicemente estremo. Noi resistiamo al male non scivolando sulla superficie delle cose, ma fermandoci e iniziando a pensare, cioè raggiungendo una dimensione altra dell’orizzonte della vita quotidiana”. Il chi siamo, da dove veniamo, cosa desideriamo. Anche il diritto romano può contribuire a ciò.
Dire "grazie" a Padre Ottavio per queste - e altre! - riflessioni è solo un inizio... ma lo faccio volentieri.
23.1.08
qualche tempo fra le nebbie padane...
Ci vedremo allora all'inizio della Quaresima, a presto...
19.1.08
NON C'ENTRA!
Nella buriana mediatica di questi giorni, proprio mentre il Papa decideva di non andare alla Sapienza, mentre ognuno si precipitava a dare le sue personali giustificazioni, mi è balzata agli occhi una parola che rischiava di perdersi tra le altre: «Che c'entri con noi? Sei venuto a rovinarci..!» (Mc 1,24, nella lettura evangelica di martedì scorso).
Come se le esigenze del Vangelo fossero un “troppo” con cui – appunto – non si vuol avere a che fare: è il veleno del serpente antico, che ogni tanto si fa sentire, così da far dire: Io con Dio non c'entro o, peggio: Dio non c'entra!. E allora c'è chi fugge dalla presenza del Signore (come fa il demonio).
Ma c'è anche chi «si alza e va a presentarsi al Signore» (1Sam 1,9, lettura di martedì) per dirgli: Tu c'entri con me e io c'entro con te.
Ora, non voglio entrare nella buriana di cui sopra ma a livello personale...
È una sfida a cui, continuamente, sono messo di fronte: accettare – e amare – l'idea che Dio c'entra con quello che vivo e, per questo, mi accompagna misteriosamente ma realmente in tutto ciò che vivo. Questo non significa che Egli risolva i miei problemi e i miei dubbi, ma mi permette di guardarli e di affrontarli non da solo, non più prigioniero di me stesso e dei miei preconcetti. Non mi evita la fatica di vivere e di cercare, né il peso del mio personale combattimento contro la mediocrità. Mi libera dalla rabbia di pensare che Lui “mi voglia male”. Questo, mi basta.
11.11.07
Un week-end in bilico
venerdì sera, pizza con don Maurizio, chiacchierata e passeggiata digestiva;
ieri sera, bucatini con don Angelo, chiacchierata e passeggiata digestivissima (da via Merulana siamo arrivati fino al Palazzo della Cancelleria..);
oggi pomeriggio (domenica) con Padre Giovanni ennesima passeggiata con chiacchierata annessa fino a Piazza San Giovanni..
Davvero un fine settimana interessante e ricco di incontri e gossip.. Poi è ovvio che i confratelli romani mi dicano che ho un'aria malinconica: tutto questo parlar di casa...
Buona settimana.
7.11.07
LEZIONI ED E-LEZIONI
Niente di nuovo sul fronte scolastico: è passato un mese dall’inizio dei corsi, siamo ormai entrati in un andamento normale e abbastanza tranquillo. Argomento principale dei corsi del primo “semestre”: le Norme generali (Libro I, seconda parte) e la Costituzione Gerarchica della Chiesa (Libro II, seconda parte). Unico docente “nuovo” – per ora – è quello del corso di Latino 2° livello. Di esami non se ne parla fino alla fine di Gennaio 2008, per cui la vita è davvero tranquilla…
… se non fosse per quelle E-lezioni: ieri gli studenti del secondo ciclo hanno eletto i due rappresentanti degli alunni nel Consiglio di Facoltà. Ho scoperto di avere alle spalle un elettorato notevole! Come direbbe un Cardinale incontrato lunedì sera: «MAI avrei pensato…!». Vabbè, se si fidano…
Intanto stanotte il Decano ha già inviato per e-mail l’invito e l’Ordine del Giorno della prima riunione del Consiglio: accidenti, che tempismo!
Uhm, sto accumulando titoli: sarà mica l’aria di Roma?
1.11.07
PESSIMISMO
Stamattina, arrivando a Rebibbia per la Messa di Tutti i Santi, ho appreso che Giuseppe è evaso, sfruttando un permesso di sei giorni presso la sua famiglia a Torino e non presentandosi al rientro.
Uno può alzare le spalle e dire a se stesso: «Sei a Rebibbia, cosa pretendi..?». Oppure: «A cinquant’anni suonati, se quello là non ha cervello tu cosa puoi fare?».
Non mi aspettavo niente da lui in cambio, se non che completasse il suo cammino di espiazione della pena (gli mancavano pochi mesi, dopo più di dodici anni senza uscire mai nemmeno per un giorno). Ma, ugualmente, è stato un duro colpo da assorbire.
Ora, Signore: «Beati i miti... Beati i misericordiosi… Beati gli operatori di pace…». OK, ci sto e raccolgo la tua provocazione. Ma permetti, buon Gesù, che sia un poco amareggiato..?
8.10.07
Lunedì 8 ottobre
Ve ne propongo una parte, tanto simpatica quanto vera.
[letture: Giona e il suo "ammaraggio" - il buon samaritano]
[il grosso pesce di Giona e il samaritano] dimostrano di avere una “compassione” (Lc 10,37) che né “i marinai impauriti” (Gio 1,5) né “il sacerdote” (Lc 10,31) né tantomeno “il levita” (Lc 10,32) sono in grado di manifestare perché troppo presi dal conservare la propria vita e, nel caso citato dal Signore Gesù, di non mettere a rischio la propria purità rituale.
Invece la buona balena e il buon samaritano sanno interrompere per un momento il loro cammino e prendersi “cura di lui” (Lc 10,35). Sia la balena che il samaritano, in realtà, non cambiano la loro vita poiché la prima “dopo tre giorni e tre notti” (Gio 2,11) si sbarazza del peso forse un po’ indigesto di Giona; il samaritano, già “il giorno seguente” (Lc 10,35) riprende la sua strada. Ma se né la balena né il samaritano hnno cambiato la loro vita, sia la prima che il secondo – con la loro disponibilità a perdere un po’ di tempo – hanno letteralmente salvato la vita di Giona e di quell’uomo che “scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto” (Lc 10,30).
Un modo eccellente per indicare cosa succede a Giona mentre “lo gettarono in mare” (Gio 1,15) in caduta libera verso “l’abisso, nel cuore del mare” (Gio 2,4). E chi di noi, proprio e solo a motivo della condizione umana, non è sempre in cammino verso una strada che scende, talvolta in modo terribile fino a sentire “venir meno la vita” (Gio 2,8)?
Nella misura in cui riconosciamo di scendere “per quella medesima strada” (Lc 10,31) non potremo che farci vicini, farci “prossimo” (Lc 10,36) per “fasciare le ferite” (Lc 10,33) dell’altro e, proprio mentre lo stiamo facendo, sentire che un balsamo si effonde sulle ferite che portiamo dentro di noi e nel nostro cuore. Non è poi così difficile “ereditare la vita eterna” (Lc 10,25)! Basta osservare “la Legge” (Lc 10,26) della vita a cui siamo sottomessi tutti quanti: “Abbi cura di lui” (Lc 10,35). Ogni volta che ci prendiamo cura, in realtà, non facciamo altro che essere fedeli al nostro cuore e, immancabilmente, ci prendiamo cura anche di noi stessi. Il Signore Gesù ce ne ha dato l’esempio e ce ne dà pure il comando: “Va’ e anche tu fa lo stesso” (Lc 10,37)… in una parola: sii una buona e simpatica balena e non uno squalo.
Domenica 7 ottobre
La prima lettura della domenica appena vissuta:
Un grido. Una risposta: Scrivi! Incidi! Parole che rimangano scolpite e chiare per sempre! Vere oggi e mai false.
Il nostro Dio si rivela, agisce con mano potente, parla con voce forte e, spesso, con parole taglienti.
Ma, anche, tace.
Non è che faccia silenzio lui. Forse siamo noi non in grado di percepire la sua voce, non sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. E, forse, a volte è meglio così: lasciando uscire la voce del nostro cuore possiamo imparare meglio chi siamo veramente, senza continuamente nasconderci a noi stessi. Se ne nasce paura e sgomento, meglio. Vuol dire che anche nel suo apparente silenzio, Dio ci sta e-ducando, ci sta traendo-fuori dalla nostra miseria/povertà.
«Padre celeste!
In molti modi tu parli a un uomo: Tu, l’unico che hai sapienza e intelligenza, vuoi tuttavia renderti comprensibile a lui.
Tu parli anche quando taci: perché parla anche colui che tace, per provare l’amato; parla anche colui che tace, affinché l’ora del capire sia tanto più intima quando essa verrà.
Padre celeste, non è forse così?
Oh, quando tutto tace, quando un uomo se ne sta solo e abbandonato e più non sente la tua voce, allora forse per lui è come se la separazione dovesse essere eterna.
Oh, nel tempo del silenzio, quando un uomo languisce nel deserto e non sente la tua voce: allora è forse per lui come se essa fosse quasi del tutto svanita.
Padre celeste, è ben questo il momento del silenzio, dei confidenziali colloqui.
Così, fa’ che sia benedetto anche questo tuo silenzio come ogni parola che rivolgi all’uomo; che egli non dimentichi che tu parli anche quando taci.
Donagli, mentre è in attesa di te, la consolazione di capire che tu taci per amore, così come parli per amore; di modo che, sia che tu taccia o parli, sei sempre il medesimo Padre, sia che ci guidi con la tua voce o ci educhi col tuo silenzio.»
6.10.07
CONVER-tire – CONVER-gere
Due parole quasi identiche, eppure..
Convertire mi rilancia l’immagine di un cambiamento totale di rotta, una richiesta di “puntare da tutt’altra parte”, dare una svolta decisa e decisiva, quasi un allontanarmi da un me falso, falsificato da scelte sbagliate.
Convergere, invece, mi pare un movimento contrario: rientrare in me, tornare al centro, al nocciolo, là dove la mia vita ritrova unità e coesione. Ma se questo centro/nocciolo fosse solo uno dei tanti idoli (intangibili e mortiferi) che ho accumulato dentro di me? Se non riuscissi davvero a trovare una verità attorno alla quale fare unità della mia vita? Oppure: se questo centro fossi solo e semplicemente io (il mio orgoglio, egoismo, protagonismo)?
Allora “mi converto” e “convergo” diventano le due strade che mi portano – assieme! – alla verità: fare marcia indietro dalle perverse inclinazioni del cuore (Bar 1,22) e orientarmi a ciò cui la bussola del cuore orienta e spinge (chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me; Lc 10,16).
3.10.07
STABILITA'
Strano, però, perchè camminare con/accanto a Gesù non pare tanto una questione di luoghi, di "dove" quanto di disposizione, di decisione, di "come". Sarebbe meglio, allora: "Ti seguirò comunque tu vada".
La stabilità della sequela non è data da un luogo: perchè il buon Dio a volte si diverte a sconvolgerti i piani, ti fa imboccare strade che mai avresti pensato, ti porta in luoghi che tu non immagini.
La stabilità è data da un modo: il modo del discepolo che sta con Lui com-unque (non semplicemente dov-unque), a qualunque costo e in qualunque condizione.
Così anche il cuore impara una stabilità, una fermezza e una serenità: perchè "dovunque" sarà sempre "a casa".
2.10.07
angeli custodi..
richiama l'impegno di "custodire", preservare, proteggere, difendere... anche rinchiudere? Perchè - per custodire qualcosa - occorre anche trattenerlo, nasconderlo, metterlo in cassaforte.
Però le letture suggeriscono che è una custodia per la libertà. Come conciliare il custodire con il lasciare libero? Curioso contrasto, intrigante provocazione, interessanti sviluppi.
Uno degli approfondimenti potrebbe essere riguardo al mio modo di vivere/sperimentare le relazioni con le persone.
La tentazione sarebbe quella di custodire le persone che mi sono care: tenerle a portata di mano, trat-tenerle, dominarle.. possederle. In nome di una custodia, di una malintesa affezione, di un nascosto latente egoismo in fondo.
Ma la libertà da salvaguardare mi porta a guardare oltre questa tentazione, a considerare la custodia in un modo altro (divino, evangelico). Per la libertà mia, prima di tutto: libertà del pastore/padre/custode dalla smania di possedere, gestire le persone affidate come se fossero cose o oggetti; trattenere con gelosia nomi, volti e storie come se fossero possedimenti personali, e non doni del Signore. Per la libertà altrui: libertà di essere chi si è veramente e non chi io ritenga meglio; libertà di seguire ognuno la propria vocazione senza condizionamenti..
1.10.07
in Russia e ritorno

Nemmeno lontanamente posso pensare di descrivere quello che ho visto in pochi giorni (ed è solo una minima parte della Grande Santa Russia): consiglio spassionatamente di farsi regalare da qualche benefattore un viaggio fin là per vedere di persona!
Provo lo stesso, però, a mettere giù qualche riga..
San Pietroburgo? Più di cinque milioni di abitanti, attraversata da un fiume (Neva) che prima di sfociare nel Golfo di Finlandia si suddivide in una miriade di canali, rendendo la città un reticolo di cento isole collegate da settecento ponti e ponticelli..
Capitale della Russia degli zar, punto d’incontro tra Oriente ed Occidente, custode di memorie gloriose, di ricchezze inestimabili (basta pensare a ciò che c’è nel solo Hermitage), doveva essere la finestra sull’Europa ma fu anche il punto di partenza della Rivoluzione d’Ottobre e della Rivoluzione del 1917.
Per un povero prete abituato alle distanze e agli spazi urbanistici standard della pianura padana, l’impatto è stato da togliere il fiato:
in una qualsiasi delle piazze di San Pietroburgo ci starebbe comodamente tutto Casale Cremasco comprese le cascine…
Toglie il fiato anche l’impatto con l’atmosfera russa: onnipresente l’odore di cherosene, degli scappamenti di automobili anzianotte e malridotte, incolonnate in un traffico così caotico che a Roma non se lo sognano neanche.
Annoto (fra le tantissime cose che ricordo) una sola esperienza.
Una periferia anonima e quasi “normale”, un mattino piuttosto uggioso e freddo, la chiesa di una delle due sole parrocchie cattoliche in tutta la città, due frati francescani italiani che devono seguire anche altre attività fuori città (che per loro significa un centinaio abbondante di chilometri fuori città!).
La chiesa è bruttina ma sembra comunque una chiesa: entro nel portone e c’è una portineria; percorro un corridoio con diverse porte chiuse però, immagino, alla fine entrerò in una qualche navata; invece c’è una rampa di scale e, sopra, altre scale e altre porte.. quella che dall’esterno è una chiesa, all’interno è un condominio!
Concelebro la Messa nella vera chiesa, al quarto piano, un loft nemmeno tanto grande: pochi metri sopra di me la crociera della volta centrale è decorata con una semplice piatta croce di lampadine. Non ci sono gli ori e i colori solenni di ogni altra chiesa della città, ma solo una tempera grigia uniforme, con qualche tubo dipinto di azzurro che buca e attraversa i muri lisci. Non c’è il profumo dell’incenso ma l’odore stantio e un po’ scostante di ambienti chiusi e vecchi. Non ci sono marmi e stucchi ma intonaco liscio e uniforme e legno grezzo come pavimento. Ma l’intensità con cui ho vissuto quella celebrazione non ha paragone. Posso solo immaginare cosa sia avvenuto dentro e fuori quei muri (i frati ne hanno dato alcune immagini, da rabbrividire); quanto sia costato ai cristiani cattolici e ortodossi riconquistare i loro spazi sacri, resi ancora più sacri dal sangue versato nelle persecuzioni; quanto costi ancora oggi…
Troppe parole: non sono sociologo e capisco di non potermi addentrare in questi argomenti. Ma lì ho capito - più che altrove - cosa significhi veramente Corpo spezzato e Sangue versato.
Mosca? Quasi undici milioni di abitanti, sessanta teatri, quattromila biblioteche, cento musei… la collina del Cremlino, cuore della città, da cui partono a raggiera viali amplissimi che puntano in ogni direzione a loro volta collegati da un anello stradale, cerchio quasi perfetto composto da sedici corsie in pieno centro, quindici linee di metropolitana e non so quante fermate… i cosiddetti Grattacieli di Lenin, ognuno dei quali (800 appartamenti) può contenere tutta la gente di San Benedetto…
Ogni cosa a Mosca è così dilatata che non trovo parole adeguate per descrivere ciò che riesco a ricordare.
Il silenzio d’altronde è l’unico modo per gustare la santa e ortodossa Russia, quella delle cupole d’oro e dei monasteri, delle icone antichissime e bellissime custodite
nelle iconostasi o nei musei. Come fare a descrivere meraviglia, ammirazione e smarrimento tutto insieme? (ah, la Cattedrale dell’Assunzione del Cremlino…!)
È un’esperienza inquietante, nella grandezza e magnificenza del passato regime, nei contrasti a volte anche stridenti che passano davanti agli occhi… non per nulla il motivo più fischiettato tra noi era quello del film “Il compagno don Camillo” e la battuta più usata rispecchiava le parole di Peppone e dei suoi alle prese con il “punto x del programma, il prossimo è..”.
Ma è assolutamente da provare!
