Due parole quasi identiche, eppure..
Convertire mi rilancia l’immagine di un cambiamento totale di rotta, una richiesta di “puntare da tutt’altra parte”, dare una svolta decisa e decisiva, quasi un allontanarmi da un me falso, falsificato da scelte sbagliate.
Convergere, invece, mi pare un movimento contrario: rientrare in me, tornare al centro, al nocciolo, là dove la mia vita ritrova unità e coesione. Ma se questo centro/nocciolo fosse solo uno dei tanti idoli (intangibili e mortiferi) che ho accumulato dentro di me? Se non riuscissi davvero a trovare una verità attorno alla quale fare unità della mia vita? Oppure: se questo centro fossi solo e semplicemente io (il mio orgoglio, egoismo, protagonismo)?
Allora “mi converto” e “convergo” diventano le due strade che mi portano – assieme! – alla verità: fare marcia indietro dalle perverse inclinazioni del cuore (Bar 1,22) e orientarmi a ciò cui la bussola del cuore orienta e spinge (chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me; Lc 10,16).
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