[…]
Compito ancor più difficile e ingrato in una società, quale la nostra, senza radici perché senza pensiero, immersa nel sonno del consumismo e della mercificazione della cultura, e perciò aperta a violenze e ingiustizie senza precedenti, appena percepite solo perché in fondo non ci toccano, alla possibile implosione della democrazia e dello Stato di diritto. Come promuovere la fede, e servire la giustizia, anche studiano diritto romano? Personalmente, vorrei che per noi, in Gregoriana, anche lo studio della nostra storia, e del diritto romano (questo lusso che ci permettiamo) avesse questa motivazione. E così anch’io “penso che il male [cioè i tanti mali e ingiustizie che vediamo nela vita quotidiana, tra individui e Nazioni, quelle “strutture di peccato” che i Pontefici denunciano profeticamente, cioè invano] non sia un male radicale che va alle radici; penso che il male non abbia profondità e che questa sia la vera ragione per cui è così terribilmente complicato pensarlo, poiché il pensare, per definizione, vuole andare alle radici. Il male è un fenomeno di superficie. Non è radicale, è invece semplicemente estremo. Noi resistiamo al male non scivolando sulla superficie delle cose, ma fermandoci e iniziando a pensare, cioè raggiungendo una dimensione altra dell’orizzonte della vita quotidiana”. Il chi siamo, da dove veniamo, cosa desideriamo. Anche il diritto romano può contribuire a ciò.
Dire "grazie" a Padre Ottavio per queste - e altre! - riflessioni è solo un inizio... ma lo faccio volentieri.
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